Gravidanza

Ginecologo Dr. Luigi Cetta, fautore del Management della Gravidanza

Ipertensione in gravidanza

La pressione sanguigna all’interno delle arterie  viene sempre espressa attraverso due valori: la pressione sistolica, cioè la pressione sanguigna quando il cuore si contrae, la pressione diastolica, ossia la pressione nelle arterie tra due contrazioni cardiache. Si parla di ipertensione se i valori superano i 140 mm Hg per la pressione sistolica e i 90 mm Hg per la pressione diastolica: tale situazione può provocare importanti problemi di salute, in particolare durante la gravidanza.

Esistono due tipi di ipertensione in gravidanza: l’ipertensione cronica e l’ipertensione indotta dalla gravidanza (o ipertensione gestazionale).

Ipertensione cronica

Condizione preesistente alla gravidanza in cui la donna segue già una terapia farmacologica che, generalmente, può essere prolungata anche durante la gravidanza. Vanno sospese le terapie che possono essere provocare danni al feto. L’ipertensione cronica non si risolve dopo il parto.

Ipertensione gestazionale

Anche chiamata preeclampsia, l’ipertensione gestazionale compare dopo la 20° settimana di gravidanza e può coinvolgere anche i reni con perdita di proteine nelle urine (proteinuria). Questa ipertensione scompare dopo il parto.
I fattori di rischio di preeclapsia sono associati:

  • Stato preeclamptico in una precedente gravidanza
  • Gravidanza gemellare
  • Essere affetti da malattie renali
  • Diabete
  • Età superiore a 40 anni

Presenta gradi di gravità crescenti. Occorre sottoporsi a regolari misurazioni della pressione per individuarla in tempo, in particolare durante le visite mediche mensili. Se opportuno, il ginecologo consiglierà di monitorare la pressione con regolarità anche a casa, verosimilmente sempre alla stessa ora. 
Occorre un monitoraggio regolare anche dell’aumento di peso corporeo. Il ginecologo richiederà anche degli esami delle urine, per verificare la presenza di proteine al loro interno.

Gli effetti dannosi dell’ipertensione in gravidanza

L’ipertensione è provocata da un restringimento del calibro delle arterie, che ha come conseguenza un minor apporto di sangue ad alcuni organi in particolare; ciò accade anche a livello della placenta, che fornisce il nutrimento e l’ossigeno necessari al feto, provocando un rallentamento della crescita fetale e, in alcuni casi, in distacco di placenta, che pone in serio pericolo la vita fetale. Anche l’ipertensione cronica può provocare tali conseguenze, pur non aggravando in modo considerevole le condizioni di salute della madre, a differenza dell’ipertensione gestazionale che mette in serio pericolo anche la gestante.

Andiamo a vedere nello specifico quali possono essere i pericoli dell’ipertensione in gravidanza:

  • Può danneggiare organi come reni, fegato, cervello, occhi
  • Può indebolire il cuore
  • Può evolvere nella sindrome chiamata HELLP, con aumento delle transaminasi epatiche, diminuzione delle piastrine e rottura dei globuli rossi
  • Può provocare un edema polmonare
  • Può causare gravi emorragie al momento del parto,
  • In casi estremi può provocare le convulsioni che, se così gravi, possono provocare la morte della madre

Terapia dell’ipertensione in gravidanza

L’ipertensione cronica può essere trattata introducendo nella terapia abituale farmaci che abbassano la pressione in base alle nuove esigenze della gestante e attraverso una dieta a basso contenuto di sale. In alcuni momenti il ginecologo raccomanda il riposo, privilegiando la posizione sdraiata sul fianco sinistro. Vanno intensificate le visite prenatali e le ecografie per verificare la regolare crescita del feto, il cui benessere va monitorato contando i movimenti fetali e sottoponendo la gestante a tracciati cardiotocografici già dalla 30° settimana di gravidanza; per scongiurare probabili complicazioni il parto dovrebbe avvenire entro la 40° settimana di gravidanza.
Per risolvere la preeclampsia occorre eseguire il parto prima che la situazione sia troppo grave per la madre e per il bambino, talvolta può essere necessario ricorrere al parto cesareo. Generalmente il ginecologo attende di arrivare ad un’età gestazionale che consenta al neonato di avere buone probabilità di sopravvivere, sottoponendo la madre a terapie per la pressione e per prevenire gli attacchi epilettici, monitorando la situazione con l’ospedalizzazione e attraverso esami frequenti sulla gestante, ecografie e monitoraggi cardiotocografici per monitorare la salute del feto. Dopo alcuni giorni dal parto la pressione si normalizza, tuttavia le prime 24 ore dopo il parto rappresentano un momento alquanto critico.

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